Ti è mai capitato di iniziare qualcosa con un’idea chiarissima in testa e ritrovarti, alla fine, in un luogo completamente diverso?
Spesso pensiamo che l’atto creativo sia un processo di addizione: aggiungere colore, materia, dettagli, significati. Ma con il tempo ho imparato che accade esattamente il contrario.
Un quadro non nasce quando aggiungi. Nasce quando smetti di costringerlo a essere qualcosa che non è.
Oggi voglio raccontarti il viaggio della mia ultima opera materica, “Ultima notte in trincea”. Un percorso iniziato con un’immagine completamente diversa e concluso con un’opera che, a un certo punto, ha iniziato a parlare da sola.
Questa tela era nata come un dettaglio della mia opera “Vendema ’89”. Un ingrandimento. Un fotogramma. Una ricerca sulla materia e sulla luce.
Poi qualcosa si è fermato. Davanti a quello sfondo blu profondo, attraversato da graffi e velature, avevo immaginato una falena notturna attratta da un fascio di luce. Era un’idea rassicurante, quasi poetica, perfettamente coerente con la serie di opere che sto realizzando.
Eppure non riuscivo a dipingerla, la mano rimaneva immobile. I barattoli restavano chiusi. Continuavo a fissare quella tela senza avere davvero il desiderio di aggiungere nulla.
All’inizio ho pensato fosse stanchezza. Poi ho capito che era qualcos’altro. Il mio corpo mi stava chiedendo di aspettare.
Così ho fatto una delle cose più difficili per un artista: non ho dipinto. Sono rimasta in ascolto.
Più osservavo quella superficie, più smettevo di vedere ciò che avevo immaginato. Quella che inizialmente sembrava una finestra ha iniziato lentamente a trasformarsi.
È diventata una stanza. Una stanza fredda. Chiusa. Umida. Potevo quasi sentirne l’odore.
La luce non entrava più con delicatezza. Cadeva dall’alto con prepotenza. E in quell’istante è arrivata una parola.
TRINCEA.
Non è stata una scelta razionale. È stata una rivelazione.
A quel punto ho iniziato a rovistare tra i miei ritrovati ruggini, ho preso in mano un vecchio chiodo. Credo il più grande che ho. Non è solo il più grande, è anche quello che si porta addosso una traccia del luogo di provenienza, un residuo di pittura bianca.
Non so da dove provenga. Non conosco la sua storia. Ma appena l’ho appoggiato sulla tela ho smesso di vedere un oggetto.
Ho visto una presenza.
Quel pezzo di ferro non era più un chiodo.
Era qualcuno. In piedi. Immobile. Dentro quella trincea.
La cosa più sorprendente è stata scoprire che la piccola macchia bianca presente sul chiodo combaciava perfettamente con la spatolata di luce dello sfondo.
Come se avesse custodito per anni un riflesso destinato proprio a quest’opera. Aveva trovato il suo posto.
In quel momento ho capito che non stavo costruendo un simbolo.
Lo stavo semplicemente riconoscendo.
Ai piedi del chiodo, sul pavimento frastagliato dell’opera, ho voluto lasciare una traccia. Pochi tocchi di verde acido e rosso ruggine si mescolano al bianco del pavimento. Non è una bandiera sventolante e retorica, ma un’impronta calpestata nel fango. È l’identità che si consuma, si difende e resiste nel dolore.
A quel punto rimaneva una sola cosa da fare ancora: fissare il chiodo.
Ho pensato a diversi sistemi di fissaggio perfetti e invisibili. Ma continuavo ad avere una strana sensazione. Di nuovo quel peso costante alla bocca dello stomaco.
Poi, quasi d’istinto, ho preso del semplice filo di ferro. Ho iniziato ad avvolgerlo attorno al chiodo.
Quando ho stretto l’ultimo nodo è successo qualcosa di molto semplice.
Quel peso è scomparso.
L’opera era finita.
Solo dopo ho compreso il significato di quel gesto. Quel filo non sostiene il soldato. Lo tiene insieme. Come una sutura. Come una legatura di fortuna.
Come tutto ciò che, nelle battaglie della vita, ci permette di rimanere in piedi anche quando siamo feriti.
Questo viaggio mi ha insegnato che dare ascolto alla pittura emozionale significa dare voce a qualcosa che risiede nelle nostre profondità, nel nostro immaginario, nelle memorie dormienti. Va oltre la memoria di guerre già avvenute.
Questa trincea non appartiene al passato, è una metafora che si rivolge direttamente ai giorni odierni.
La trincea oggi è l’isolamento quotidiano, la claustrofobia delle nostre ansie, le battaglie invisibili che ognuno di noi combatte nel proprio silenzio. Il chiodo-soldato siamo noi, feriti e confinati, ma incredibilmente determinati a rimanere in piedi, con la punta rivolta verso l’alto, intercettando quell’unico, vitale raggio di luce.
Lasciare che l’arte sia libera di esistere significa accettare che ci porti in luoghi scomodi, ma tremendamente veri.
Spesso mi chiedono perché un’opera originale abbia un valore diverso da una semplice stampa. La risposta non è nella tela, non è nei colori, non è nemmeno nel vecchio chiodo arrugginito.
Il valore sta nel viaggio. Nei tentativi. Nelle idee abbandonate.
Nella falena che non è mai nata.
Nelle ore trascorse davanti a una superficie apparentemente vuota e nel coraggio di non forzare una risposta. Nel momento esatto in cui un semplice filo di ferro ti fa capire che l’opera è finalmente completa.
Quando scegli un’opera originale non stai acquistando soltanto ciò che vedi. Stai portando con te anche tutto ciò che quell’opera ha scelto di non diventare.
Ed è proprio questo a renderla irripetibile.
"Un'opera originale non racconta solo ciò che è diventata. Custodisce anche tutte le forme che ha scelto di non essere."
Martina Michelin
Se anche tu senti il bisogno di rallentare e ritrovare uno spazio in cui le parole possano ancora avere il loro tempo, sei il benvenuto.
Ogni tanto ti scriverò una lettera. E, se vorrai, potrai rispondermi. Raccontarmi un’intuizione, una giornata storta, una piccola gioia o un dubbio.
Perché credo ancora che due parole sincere possano cambiare il modo in cui gira una giornata.
Credo nel potere del colore, del gesto e della parola come vie di ritorno a sé stessi.
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