Dentro di noi c’è uno spazio immenso: l’ascolto interiore come luogo di trasformazione

Quanto spazio concediamo realmente alla nostra interiorità?

Se dovessi raccontarti cosa faccio, probabilmente non comincerei dai quadri. Comincerei da uno sguardo. Da quello che decidiamo di vedere, dai passi che scegliamo di fare, dalle cose che ascoltiamo e da quelle che, a un certo punto, sentiamo il bisogno di trasformare.

Immagina per un momento di avere dentro di te uno spazio immenso. Molto più grande di quello che pensi di conoscere.

Potrebbe assomigliare a una casa, ma sarebbe impossibile disegnarne una pianta precisa. Alcune stanze avrebbero finestre spalancate e luce ovunque. Altre le attraverseresti ogni giorno quasi senza accorgertene. Qualche porta sarebbe rimasta chiusa talmente a lungo da farti dimenticare cosa custodisce. In un angolo potresti ritrovare un oggetto che credevi perduto. Più avanti una voce, un odore, una frase ascoltata anni prima.

E poi scale, passaggi, corridoi, aperture improvvise.

Forse anche qualche pozzo.

Dentro di noi lo spazio funziona un po’ così.

Lo abitiamo continuamente e, allo stesso tempo, ne conosciamo soltanto una parte.

Attraversiamo giornate intere rispondendo, lavorando, scegliendo, ricordando appuntamenti, occupandoci degli altri, prendendo decisioni. Il pensiero corre veloce. Gli occhi registrano ciò che accade fuori. Le mani fanno. Il corpo ci porta da un posto all’altro.

Intanto, sotto la superficie, qualcosa continua a muoversi.

Una parola si deposita. Un ricordo torna. Una situazione ci infastidisce più di quanto dovrebbe. Un luogo ci commuove senza una ragione immediatamente comprensibile. Una persona sfiora un punto preciso e sentiamo una reazione che sembra sproporzionata. Un’immagine ci resta addosso.

Tracce.

La nostra interiorità è piena di tracce.

Il punto, forse, è capire quanto spazio concediamo loro prima di archiviarle, correggerle, giudicarle o riempirle immediatamente con altro rumore.

Ascoltarsi significa creare spazio

Per molto tempo abbiamo associato l’ascolto all’idea di trovare una risposta.

“Perché mi sento così?”

“Perché questa cosa mi dà fastidio?”

“Perché continuo a pensarci?”

“Cosa devo fare?”

Domande legittime. Eppure a volte arrivano talmente presto che diventano un altro modo di riempire lo spazio.

Ascoltarsi può essere qualcosa di molto più semplice e, insieme, molto più difficile.

Accorgersi. Accorgersi prima di interpretare. Sentire prima di spiegare. Rimanere per qualche istante davanti a ciò che emerge senza costringerlo immediatamente a diventare una conclusione.

È una forma di attenzione che conosciamo poco, perché viviamo immersi in un ritmo che premia la risposta veloce. Un messaggio arriva e rispondiamo. Una domanda appare e cerchiamo una soluzione. Una sensazione scomoda emerge e proviamo a spostarla. Viviamo in costante emergenza e iperattività.

Eppure alcune cose hanno bisogno esattamente dell’opposto: tempo e spazio sufficienti per mostrare ciò che contengono.

A volte pensiamo di essere semplicemente stanchi e scopriamo che da settimane stiamo portando un carico di pensieri che non abbiamo mai realmente appoggiato da nessuna parte. È uno dei motivi per cui ho dedicato un intero approfondimento alla stanchezza mentale e a quella sensazione di avere la testa piena.

Altre volte sentiamo lo sguardo degli altri addosso anche quando nessuno sta realmente pronunciando un giudizio. E allora vale la pena chiedersi da quanto lontano arrivi quella voce. Ne ho parlato nell’articolo dedicato alla paura del giudizio e all’autogiudizio.

Ogni volta il movimento è simile.

Qualcosa accade fuori.

Qualcosa risponde dentro.

E tra le due cose esiste uno spazio.

È quello spazio che mi interessa.

Se vuoi restare ancora un po’ in questo spazio puoi proseguire con queste letture:

sentirsi giudicati dagli altri e autogiudizio

Sentirsi giudicati dagli altri può influenzare il modo in cui ci percepiamo. Scopri come nasce la paura del giudizio, perché si trasforma in autogiudizio e quali effetti può avere sulla nostra vita quotidiana.

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come ridurre la stanchezza mentale

Ci sono momenti in cui il corpo continua a funzionare, ma la mente sembra aver esaurito lo spazio disponibile. Una riflessione sulla stanchezza mentale e sul bisogno di rallentare attraverso il gesto, il colore e la creatività.

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Cosa vive sotto la superficie?

Pensa a un lago.

Da lontano vedi la superficie. La luce cambia, l’acqua si increspa, il cielo si riflette. Puoi fermarti lì e hai già davanti qualcosa di vero.

Poi abbassi lo sguardo, immergi il tuo viso nell’acqua e sotto quella pelle liquida il paesaggio continua.

La luce penetra per un tratto. Più giù cambiano i colori. Sul fondo si depositano foglie, rami, terra, piccole cose trasportate dall’acqua. Alcune vengono spostate dalle correnti. Altre rimangono lì per anni e diventano sedimento.

La nostra interiorità conserva qualcosa di molto simile.

Parole, silenzi, luoghi, paure, gesti, fiducia, vergogna, incontri, separazioni, vittorie, umiliazioni, immagini.

Sedimenti.

Alcuni li ricordiamo perfettamente. Altri hanno perso la loro forma originaria, mentre continuiamo a riconoscerne gli effetti.

Una frase ascoltata da bambini può diventare il modo in cui ci parliamo da adulti. Un’esperienza può insegnarci prudenza e, molti anni dopo, quella prudenza può continuare ad attivarsi anche davanti a una situazione completamente diversa. Un complimento può restare con noi. Una porta sbattuta anche.

La memoria non è soltanto un archivio di ciò che è accaduto. È una materia viva attraverso cui interpretiamo ciò che accade adesso.

E forse proprio per questo vale la pena tornare, ogni tanto, sulla riva.

Guardare l’acqua.

Aspettare che si fermi.

Vedere cosa appare.

Il corpo spesso arriva prima delle parole

Una delle cose che osservo più spesso lavorando con le persone è la distanza tra ciò che sappiamo raccontare e ciò che sentiamo. Possiamo avere un vocabolario enorme e rimanere ugualmente senza parole davanti a una sensazione.

Il corpo, invece, reagisce.

Le spalle si alzano. Il respiro cambia. Le mani diventano irrequiete. Abbiamo voglia di muoverci, di allontanarci, di toccare qualcosa, di fare.

Forse è anche per questo che la creatività può diventare uno spazio di ascolto così potente. Perché il gesto permette di fare spazio a ciò che ancora non possiede una frase.

Una matita appoggiata su un foglio, la mano che parte, una linea. Poi un’altra, un intreccio senza progetto.

Lo scarabocchio sembra una cosa piccolissima. Eppure proprio nella sua inutilità apparente possiede una libertà rara. Non deve dimostrare niente. Non deve diventare bello. Non deve convincere nessuno.

Può semplicemente accadere.

Ne ho parlato raccontando perché continuiamo a scarabocchiare anche da adulti, e ogni volta torno allo stesso punto: quando togliamo al gesto l’obbligo del risultato, cambia anche lo spazio che concediamo a noi stessi.

Il foglio bianco, in fondo, racconta molto più della pittura.

Lo vedo continuamente. Una persona lo guarda e dice: “Io non so dipingere”. E in quella frase, spesso, la pittura occupa pochissimo spazio. Dietro può esserci la paura di sbagliare, di essere inadeguati, di fare qualcosa che non corrisponda alle aspettative. Il foglio diventa una superficie su cui compare improvvisamente un meccanismo che utilizziamo anche altrove. È il motivo per cui ho scritto “Non so dipingere: il vero motivo per cui ti blocchi davanti a un foglio bianco”.

Il foglio diventa uno specchio.

E quello che appare merita ascolto.

Due strade per continuare ad approfondire l’argomento

Perché scarabocchiare fa bene agli adulti

Scarabocchiare non è una perdita di tempo. È un gesto spontaneo che può aiutare a rallentare i pensieri, superare il giudizio e ritrovare il piacere di creare. Scopri perché continuiamo a scarabocchiare anche da adulti e come questo semplice esercizio può diventare il primo passo verso la pittura emozionale.

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Pensi di non essere capace di dipingere? Spesso il problema non è la tecnica ma la paura di sbagliare. Scopri come superare il blocco del foglio bianco.

Ti blocchi davanti a un foglio bianco? Scopri perché il problema non è la mancanza di talento, ma la paura del giudizio. Un percorso per ritrovare libertà creativa attraverso il gesto e lo scarabocchio.

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La traccia

Una delle parole che torna più spesso nel mio lavoro è traccia. Una crepa è una traccia, un graffio, un segno consumato.

Un pezzo di carta inglobato nella materia, un’impronta oppure un vecchio chiodo arrugginito. Una colatura che ha seguito una strada diversa da quella che avevo immaginato.

Lavorare in materico significa anche questo: lasciare che la superficie conservi ciò che è accaduto. Aggiungo. Tolgo. Copro. Graffio. Torno sopra.

Qualcosa sparisce alla vista e continua a esistere sotto. Esattamente come accade dentro di noi. Forse è anche per questo che faccio fatica a considerare un errore come qualcosa da cancellare completamente. Molto spesso l’opera prende vita proprio quando smetto di costringerla a corrispondere all’immagine iniziale.

È successo in modo quasi esemplare con un quadro che doveva raccontare una falena e che, attraversando tentativi, materia e ascolto, è diventato Ultima notte in trincea. In quel viaggio dalla falena alla trincea ho riconosciuto ancora una volta una cosa che riguarda molto più della pittura: a volte la trasformazione comincia quando smettiamo di chiedere a qualcosa di restare fedele all’idea che avevamo costruito per lei.

Vale per un quadro.

Vale per un progetto.

A volte vale anche per noi.

Guarda più da vicino i dettagli di queste tracce

Dettaglio del chiodo arrugginito dell'opera materica Ultima notte in trincea di Martina Michelin

Un’opera d’arte non nasce sempre dall’idea iniziale. In questo articolo racconto il viaggio creativo che ha trasformato una tela destinata a una falena notturna nell’opera materica “Ultima notte in trincea”. Un percorso fatto di ascolto, memoria, intuizione e pittura emozionale che mostra cosa significa davvero creare un’opera originale.

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C’è un silenzio che non è vuoto, ma presenza piena. Uno spazio sospeso dove la mente tace e l’anima si riallinea all’universo. Il silenzio accade. E ci riporta a casa.

La verità non è mai piatta. Ha sempre uno spessore. È lì che nasce la mia pittura: tra le ombre e le luci che respirano, nei rilievi che trattengono il tempo come memoria viva.

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sasso delle streghe martina michelin stanze pozzi e sigilli libro

Un sasso può essere soltanto un sasso

Un giorno nella mia vita è entrato un sasso con un buco. Potrei descriverlo in pochi secondi: piccolo. Irregolare. Poroso. Un foro lo attraversa da parte a parte.

Fine.

Eppure quel sasso ha continuato ad accompagnarmi finché ha smesso di essere soltanto materia ed è diventato una soglia.

Mi ha fatto pensare all’attraversamento. Al bisogno di entrare nelle nostre architetture interiori. Alle stanze che abitiamo in superficie, ai pozzi che scendono in profondità, ai sigilli che chiudono qualcosa per proteggerlo.

Da lì è nato Stanze, Pozzi e Sigilli.

Ma la cosa che continua ad affascinarmi del sasso arriva ancora prima del libro.

È la possibilità di guardare una cosa una seconda volta.

Un sasso può essere soltanto un sasso.

Oppure possiamo fermarci, guardare ancora una volta e scoprire che dentro c’era molto altro.

Forse facciamo la stessa cosa anche con noi stessi.

“È solo stanchezza.”

“È il mio carattere.”

“Sono sempre stata così.”

“Quella cosa è passata.”

“Non sono capace.”

Quante volte una risposta veloce chiude una porta che avremmo potuto aprire?

Quanto spazio cambierebbe se, almeno qualche volta, sostituissimo il punto fermo con una curiosità?

Che cosa c’è qui?

Non per scavare continuamente.

Per ascoltare.

Il libro è nato proprio come attraversamento di quello spazio e, nel tempo, ha iniziato a creare incontri con persone che dentro quelle immagini hanno riconosciuto pezzi delle proprie architetture.

Qui racconto la storia di Stanze, Pozzi e Sigilli e il modo in cui un percorso personale ha iniziato a diventare relazione.

Ed è forse questo uno dei passaggi che amo di più.

Quando una cosa che apparteneva a me smette di essere soltanto mia.

presentazione ufficiale sindaca denise zucco libro martina michelin

Una serata intensa e partecipata dedicata alla presentazione di “Stanze, Pozzi e Sigilli”, il nuovo libro di Martina Michelin. Un dialogo tra esperienza personale, arte e consapevolezza che ha coinvolto istituzioni, lettori e amici in un momento di profonda condivisione.

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Ritratto di Martina Michelin con il sasso simbolico di Stanze, Pozzi e Sigilli durante la presentazione del libro

In questo articolo Martina Michelin racconta la nascita di Stanze, Pozzi e Sigilli, un libro scritto e pubblicato in modo indipendente, nato come attraversamento personale prima ancora che editoriale. Attraverso il patrocinio del Comune di San Pier d’Isonzo, il sostegno del territorio, le recensioni dei lettori e il progetto di un cortometraggio sviluppato da Lorenzo Grion, il libro si trasforma in un’esperienza condivisa fatta di presenza, ascolto e relazione umana.

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Quando la memoria diventa paesaggio

La memoria possiede anche una geografia.

Ha strade polverose, case anche abbandonate, alberi secolari. E poi odori, campi e voci lontane. Un campanile visto migliaia di volte, un fiume sacro, un muro stanco. 

Un punto preciso in cui, senza sapere perché, il corpo sembra ricordare prima della mente. È da questo luogo che sono nate le mie Geografie della Memoria.

Ho raccolto frammenti del territorio in cui sono cresciuta e ho provato a guardarli attraverso quella strana lente che il tempo mette davanti agli occhi. Il paesaggio reale rimane. E insieme appare qualcos’altro: ciò che quel luogo ha contenuto per noi.

Un campanile diventa casa.

Tre rondini diventano un ritorno.

La vendemmia diventa una stagione della vita.

L’Isonzo smette per un momento di essere soltanto un fiume e diventa una linea che attraversa ricordi, persone, infanzia, appartenenza.

 

In Geografie della Memoria: fotogrammi di un territorio ho provato a raccogliere proprio questo: il punto in cui la memoria personale incontra quella collettiva e un luogo che appartiene a uno comincia a parlare anche agli altri.

Anche qui accade la stessa cosa.

Dentro.

Fuori.

Poi di nuovo dentro.

Come un respiro.

Se vuoi entrare più a fondo in questa geografia, qui puoi attraversare il percorso da cui è nata l’intera collezione

sisile (rondini), quadro originale materico di Martina Michelin dedicato alle rondini e al ritorno nelle campagne dell'Isonzo - Geografie della Memoria

Geografie della Memoria è una collezione nata a San Pier d’Isonzo, tra paesaggi, vendemmia, animali, architetture e frammenti di vita quotidiana. Fotogrammi di una memoria personale che incontra quella del territorio, trasformati in materia, colore e stratificazione.

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Forse trasformare significa questo

Quando pensiamo alla trasformazione immaginiamo facilmente un prima e un dopo. Una porta attraversata. Una versione vecchia lasciata alle spalle e una nuova davanti. 

La vita, almeno per come la vedo io, assomiglia molto meno a una linea.

Somiglia alle superfici che dipingo. Strati.

Qualcosa rimane visibile. Qualcosa riaffiora. Qualcosa viene coperto e continua a partecipare all’immagine. Una crepa può diventare parte della composizione. Una materia ruvida può accogliere la luce in un modo che una superficie perfetta non potrebbe fare.

Trasformare, allora, può significare anche cambiare relazione con ciò che portiamo: guardarlo da un altro punto, dargli un nome diverso. In qualche modo lasciargli occupare meno spazio.

Oppure finalmente concedergli quello che per anni gli abbiamo negato: ascolto.

L’interiorità, vista così, smette di essere un luogo in cui andare soltanto quando qualcosa fa male. Può diventare uno spazio abitabile, uno spazio di curiosità, di creatività e di presenza.

Un luogo in cui tornare.

 

Quando ciò che è mio incontra qualcun altro

Forse questo è il punto in cui tutto ciò che faccio si incontra.

Un quadro nasce da qualcosa che ho visto, sentito, attraversato.

Una pagina nasce da un pensiero rimasto abbastanza a lungo da chiedermi di essere scritto.

Un percorso di pittura nasce dalla possibilità di offrire a un’altra persona uno spazio in cui lasciare emergere il proprio gesto.

Un sasso diventa una metafora.

Una memoria privata diventa un’opera e qualcuno, guardandola, dice: “Questa cosa parla di me”. Ed è lì che accade qualcosa che continuo a trovare straordinario. Qualcosa che apparteneva a me smette di essere soltanto mio e incontra qualcun altro. Forse l’arte, la scrittura e l’ascolto hanno in comune proprio questo.

Aprono passaggi.

Non consegnano necessariamente risposte. Creano uno spazio in cui una persona possa incontrare qualcosa di proprio.

Quanto spazio concediamo realmente alla nostra interiorità?

E siamo arrivati di nuovo alla domanda iniziale. Quanto spazio le concediamo?

Forse non serve rispondere adesso. Puoi lasciarla qui. Come si lascia un sasso sul palmo della mano per sentirne il peso. Puoi osservarla durante la giornata.

Vedere cosa succede quando un pensiero arriva e, invece di inseguirlo immediatamente, gli lasci qualche secondo. Quando una reazione ti sorprende. Quando una memoria compare senza essere stata chiamata. Quando senti il bisogno di prendere una matita, camminare, sporcarti le mani, scrivere una frase, rimanere in silenzio.

Forse l’ascolto interiore comincia proprio così.

Con un piccolo spazio lasciato libero.

E quello spazio, a volte, è molto più grande di quanto sembrasse. Dentro di noi esiste un territorio immenso. Possiamo attraversarlo con le parole, con il colore, con il corpo, con la memoria, con la materia. Possiamo anche limitarci, per qualche minuto, a sederci sulla soglia.

E guardare.

Una seconda volta.

Lo Specchio Liquido

Se anche tu senti il bisogno di rallentare e ritrovare uno spazio in cui le parole possano ancora avere il loro tempo, sei il benvenuto.

Ogni tanto ti scriverò una lettera. E, se vorrai, potrai rispondermi. Raccontarmi un’intuizione, una giornata storta, una piccola gioia o un dubbio.

Perché credo ancora che due parole sincere possano cambiare il modo in cui gira una giornata.

Credo nel potere del colore, del gesto e della parola come vie di ritorno a sé stessi.

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